Coronavirus: la rabbia e l’orgoglio

Coronavirus: la rabbia e l’orgoglio

L’Italia che vorrei è un’Italia che si oppone alle Italie in cui non mi riconosco: un’Italia ideale. Un’Italia coraggiosa, dignitosa, seria, un’Italia che non si consegna al nemico. Che non si lascia intimidire da chi spalanca le porte al nemico, che non si lascia ricattare o rincretinire dalle bestialità dei Politically Correct. Che va fiera della sua identità, che saluta la bandiera bianca rossa e verde mettendo la mano sul cuore non sul sedere.
Così la grande scrittrice e giornalista Oriana Fallaci ebbe a scrivere nel suo libro di maggior successo, parte di una trilogia, che appunto si intitolava ‘La rabbia e l’orgoglio’ che le venne dalla emozione dell’attentato alle Torri Gemelle.
Se fosse qui con noi avrebbe un moto di rabbia ed orgoglio non molto dissimile da quello che ebbe per il feroce atto terroristico che segnò un’epoca culturale e politica.


Garantire il distanziamento sociale, ma cercare di non provocare una crisi economica e produttiva senza precedenti dal dopoguerra.
I segnali prudenziali del lento apparente rallentare della pandemia ogni giorno si accompagnano a ricette più o meno coerenti tra loro che si muovono tutte all’interno dell’assioma: laddove la spinta propulsiva del sistema economico si ferma è lo Stato che deve intervenire. Lo Stato infatti deve agire in modo massiccio sull’economia, almeno per il prossimo semestre.
L’evidenza di queste tempistiche si evince tra le righe di tutti i teorici prognostici degli scienziati che si esprimono sui tempi della durata del fenomeno: ognuno di loro si esprime sulla positività del rallentamento dell’epidemia, utilizzando eufemistiche espressioni e arrampicandosi sugli specchi della necessità di offrire speranza.
Dall’altro capo del filo c’è la quotidiana attività statistica, edulcorata per necessità, dei relatori della Protezione Civile che si sforzano ogni sera di citare come secondari i dati sui morti quotidiani, sempre sopra i seicento al giorno. Se il prossimo DPCM non sarà molto più radicale e concreto del precedente, per il quale le garanzie dei lavoratori sembrano essere appese alla burocrazia dell’INPS e dei suoi PIN che, pensate bene, per ottenerli bisogna attenderne la seconda parte in Posta nell’epoca di internet, ossia come chiedere di spedire una PEC via fax, allora sarà un vero disastro.
Timidi accenni a interventi molto più rivoluzionari vengono fatti da altri economisti che invocano per il Bel Paese un ‘semestre bianco’, ossia un periodo di sei mesi senza più tasse da pagare, affitti da pagare e stipendi da garantire per le imprese e danari direttamente bonificati sui conti correnti dei lavoratori, sostenendo forse a ragione che quello che si spenderebbe oggi sarebbe risparmiato domani, in una ricostruzione economica altrimenti impossibile.
Non sappiamo se sei mesi potranno bastare in realtà, poiché il blocco totale delle produzioni e di ogni attività economica, avvenuto così in fretta, rischia di creare una onda di ritorno sul tessuto economico globale senza alcun precedente nella storia, essendo il mondo economico planetario completamente interconnesso.
Per sopravvivere il sistema economico europeo inoltre deve promuovere uno slancio verso quelle posizioni non prudenziali che ha sempre combattuto dall’introduzione dell’Euro: espansione in debito.

elbablog

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